I caffè storici di Palermo dalle origini agli anni Settanta. Imprenditoria e funzione sociale, architettura e rito mondano.

Anna Maria Ruta, Ettore Sessa, I caffè storici di Palermo dalle origini agli anni Settanta. Imprenditoria e funzione sociale, architettura e rito mondano. Palermo, Dario Flaccovio editore, 2003, pp. 160

caffestoriciA Palermo – ricorda il prefatore Riccardo Agnello – non esistono più negozi storici, eccetto Pustorino e Hugony, né Caffè d’epoca. Al loro posto sorgono oggi pub ed enoteche. Da qui la necessità di conservarne la storia, la memoria e l’aneddotica attraverso testimonianze, fonti letterarie (giornali d’epoca, guide, annuari, resoconti dei viaggiatori, memorialistica) e documenti vari (fatture, pubblicità cartoline, calendarietti, cartoncini e biglietti con impressioni in rilievo e in cromo litografia, cartoline di interni, ecc).

Oltre al recupero memoriale, lo studio dei Caffè storici consente la comprensione delle trame cittadine, della compresenza e la convivenza di culture e tipologie umane diverse; dell’organigramma sociale e culturale; dell’evoluzione dei costumi e delle mode; dello sviluppo urbanistico della città. I Caffè, infatti, collaborarono alla formazione della società borghese colta, all’evoluzione del costume femminile, alla vita sociale e intellettuale. Furono «club, sale di lettura, redazioni di giornali o agenzie turistiche, ritrovi discreti per convegni d’amore, luogo d’incontro per espatriati e sedi di partiti politici, ma anche covi dove organizzare complotti o grandi affari» (R. Zanker). La storia, la politica, la letteratura e l’arte passano dai Caffè.

L’elegante volume è suddiviso in tre parti: I Caffè storici dalle origini agli anni Settanta e le Schede storiche dei Caffè di Anna Maria Ruta, studiosa di microstoria e storia dell’arte; e L’architettura dei Caffè di Ettore Sessa, architetto. Sessa, nella terza parte del saggio, introduce una classificazione tipologica e funzionale dei Caffè, basata sull’ordinamento degli arredi, la sistemazione d’interni e gli apparati decorativi, che può sovrapporsi alla scansione cronologica.

A Palermo la cultura dei Caffè si afferma fin dai primi dell’Ottocento, spostandosi lungo tre assi: i Quattro Canti, la Via Libertà e il lungomare alle porte della città. Sorgevano lungo le direttrici del commercio, degli affari e della politica, per intercettare i flussi di clientela e gli scambi sociali. All’epoca il Corso Vittorio Emanuele, la Via Maqueda e il Foro Italico erano il cuore pulsante della vita cittadina. Qui nacquero la ditta Gulì (1812, dal 1875 anche Pasticceria), il Cafè restaurant Bologni (1825), la Pasticceria e Confetteria Barrile (1830), il Caffè Trinacria (1840), la Real Confetteria del Cav. Bruno (1844), ecc. Nel 1854, secondo la Guida di Gaspare Palermo, c’erano 65 esercizi tra caffetterie e sorbetterie nelle quali si servivano sorbetti, caffè cioccolata e bevande di latte e caffè, nonché liquori, birra, limonate, vini, ecc.. I Caffè erano anche luoghi di appuntamento, incontri, contrattazioni, bureau di notizie, officine di idee, stazioni fisse di donnaioli, perditempo e giocherelloni, covi di dissidenti antiborbonici, redazioni improvvisate di riviste letterarie (come Il Caffè omonimo del giornale di Verri e Beccaria) o politiche (come Il Caffè di Sicilia). Vi convivevano dimensione pubblica (luoghi proiettati verso l’esterno con l’uso di marciapiedi e piazze) e privata (affari, intrighi, amori, ecc.), cultura colta e popolare. Aristocratici e borghesi, professionisti e commercianti, intellettuali e clero potevano incontrarsi e mescolarsi nei caffè. A poco a poco la nobiltà palermitana (che pagava una volta l’anno) fu sostituita dalla borghesia. I Caffè dell’Ottocento riproponevano l’organizzazione dell’arredo dei salotti e delle dimore aristocratiche, dalla sale da gioco, alle sale da lettura ai giardini d’inverno.

Gli anni postunitari furono segnati dalla colonizzazione commerciale di stranieri e italiani del centro e del nord. Arrivarono inglesi e tedeschi, svizzeri (Caflisch) e francesi ma anche imprenditori lombardi e genovesi che aprirono boutique, alberghi, librerie, caffè e ristoranti. Il loro esempio fu da stimolo per gli operatori palermitani, che avviano nuove attività. I Gulì, i Dagnino, i Bruno furono attivi nel settore dolciario, creando una scuola palermitana e commercializzando in tutti i periodi dell’anno alcuni dolci della tradizione, fino allora realizzati solo nei conventi e nei monasteri durante le feste. Dopo il 1866 la soppressione delle Corporazioni religiose alimentò il proliferare dei pasticcieri, le dolcerie, le fabbriche di confetti e torroni. Tra le più antiche si ricordano l’Antica fabbrica di cioccolata e dolci, confetture e liquori di Salvatore Valenti (1811), la fabbrica di cioccolata di Francesco Gentile (1848), la Confettureria, Pasticceria e fabbrica di cioccolata di Salvatore Velci, ecc.

L’ultimo trentennio dell’Ottocento e il primo del Novecento segnarono l’età d’oro, la Belle epoque, dei Caffè palermitani. L’inaugurazione di Via Libertà e del Giardino Inglese (1849-1851), la liberalizzazione della Favorita (prima riserva reale di caccia) e la bonifica di Mondello (1890) allungarono l’asse di percorrenza della promenade palermitana. Nei nuovi spazi, serviti dai tram, sorsero kursaal, chalet e caffè fuori porta con terrazza sul mare. I Caffè all’aperto – che sfruttavano il clima mite e la moda delle passeggiate extra moenia, a piedi o in carrozza, pubbliche epifanie di eleganza e mondanità – offrivano spettacoli di musica, teatro, soirée e feste da ballo (caffè chantant). La nuova Via della Libertà, tracciata sul modello dei boulevards parigini, contornata da glicini e platani, divenne il passeggio preferito di borghesi e aristocratici. Sorsero nuovi Caffè e pasticcerie. Dopo l’inaugurazione del Teatro politeama e del Teatro Massimo, Piazza Verdi e Piazza Marchese di Regalmici (Quattro canti di campagna), con la Via Ruggero Settimo e Piazza Politeama divennero il salotto della città, con i Caffè e ristoranti di gran lusso frequentati da attori, uomini dello spettacolo, artisti e intellettuali, ma anche da senza casa a e famiglia.

Nel 1891 aprirono le sale da tè e da caffè riservate alle signore, con ingresso separato (diversificazione degli ambienti: caffetteria, sala da tè, biliardo, sala da pranzo ecc.). I locali si adeguarono alle nuove mode e ai gusti della clientela. Da stanzoni spogli diventano ambienti sempre più ricercati. Si diffusero mode esotiche (orientalismo, stile giapponese ed egizio, modello americano, ecc.). Artisti, architetti e decoratori celebri – da Enrico Cavallaro a Ernesto Basile, da Vincenzo Alagna a Salvatore Gregorietti, Francesco La Cagnina, Rosario Spagnoli, Enrico Calandra, Antonio Ugo, Ernesto Armò, A. Piraino De Corradi, ecc. – furono chiamati per nobilitare le sale con le loro creazioni. Lo stile Liberty negli anni della Belle époque “contagiò” teatri, cinematografi, chioschi, caffè che ebbero insegne, arredi, vetrate, pensiline, separé in ferro e rampicanti. La fortuna di questo tipo di locali è in stretta relazione con l’affermarsi di un’alta borghesia imprenditoriale.

Nel dopoguerra i caffè moderni hanno mutato ruolo rispetto ai fastosi locali di un tempo: da luoghi di piacere per dandies in ozio vanitoso, sono diventati anche asilo di indigenti e inoccupati. I bombardamenti e la ricostruzione cambiano il volto della città. Si afferma il modello dell’American bar: nascono nuovi Caffè con un diverso ruolo e un più rapido servizio, voluto dai ritmi accelerati impressi alla vita dall’americanizzazione. Ora si consuma in piedi durante le pause del lavoro, scompaiono tavolini e poltroncine sia all’interno che all’esterno dei locali, mentre la città diventa sempre più invivibile. Al progressivo abbandono del relazionarsi da seduti, corrispondere il crescere del bancone, sempre più padrone della scena. Nascono caffè pensati per l’esigenza di clienti frettolosi e di passaggio, in cui si trovano sia dolci che pizze, e soprattutto adatti alle modeste risorse economiche di una clientela piccolo-borghese e giovane. Pur tuttavia non mancano imprenditori del settore intelligenti e attenti alla qualità che riescono a imporsi all’attenzione della clientela più raffinata. Tra questi il Caffè Al Pinguino (1946) di Luigi Frasca, il Bar Commercio (1947), il Bar Pasticceria Savoia (1950), la Pasticceria Iris (1960), la Casa del gelato di Erasmo Antonino Papa (1960, ma attiva come Pasticceria dal 1930), ecc. Dei caffè storici sopravvissero la Pasticceria Iris (1888), la Magrì e la Pasticceria Sulis (1926) fondata da quel Sulis che dalla Barbagia si trasferì a Palermo nel 1909, lavorando prima da Caflisch e poi in proprio, ottenendo prestigiosi riconoscimenti.

Gli anni Sessanta videro l’esplosione di night club e della vita notturna. Nei Caffè si ritrovavano anche i giovani intellettuali di allora, impegnati nella politica. Parlavano di ideologia, di morte dell’arte, di lotta per l’affermazione del proletario e per l’uguaglianza sociale. I nuovi modelli di vita, in cui il cinema e la tv hanno imposto il silenzio e la reclusione nelle case, hanno stravolto il ruolo di pasticcerie, bar e caffè. Questi sono stati assorbiti nella categoria dei bar, luoghi caratterizzati da ampi banconi, ampie esposizioni in vetrina di prodotti per frettolosi fruitori, adusi alla consumazione rapida e in piedi di bevande e generi gastronomici da portare via, privi di posti a sedere.

La seconda parte del volume contiene le schede di alcuni caffè storici: la Pasticceria del Massimo e l’Extrabar Olimpia dei Dagnino, la Pasticceria Gulì, la Pasticceria e Confetteria Barille, la Real Confetteria del cav. Giuseppe Bruno, la premiata Pasticceria Caflisch, il Caffè Birreria Italia.